Perché la parola è vento, principio primo dell'essere, scintilla dell'infinito

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giovedì 6 marzo 2014

Post sconforto

George Frederick Watts, Hope. Oil on canvas. Private collection

Di solito non mi lamento, non mi piace lagnarmi, non mi piace essere di cattivo umore. Di solito faccio buon viso a cattiva e cattivissima sorte, cerco di non deprimermi, faccio battute demenziali. Di solito.
Ma...
Premesso che...
  • ho un dolore lancinante alla gamba, il nervo sciatico infiammato, il ginocchio operato più di un decennio fa ha ceduto e non posso prendere medicinali, tranne omeopatici che si spera facciano effetto prima che impazzisca per il dolore;
  • causa punto precedente, non riesco a dormire la notte;
  • causa due punti precedenti ho mal di testa e inizio a respirare male;
  • la bombola dell'ossigeno è sempre al mio fianco e io ho macabre fantasie su eventuali esplosioni;
  • il pneumologo che dovrebbe venire a farmi la visita domiciliare e l'emogas per autorizzare la Asl a erogarmi l'ossigeno liquido con relativa bombola portatile (così magari ogni tanto posso anche uscire senza la paura di restarci secca) ancora non ha chiamato e non si sa quando verrà;
  • il medico di Monaco che doveva darmi le specifiche sull'appuntamento e il preventivo è irrintracciabile, ma ovviamente prima mi ha fatto prenotare aereo e albergo;
  • abbiamo sterilizzato Scheggia prima del previsto perché aveva folleggiato con tutti i gatti del vicinato e fessi una volta sì, ma due no;
  • causa sterilizzazione, occorre accudimento e medicine da somministrare ogni 12 ore;
  • gli scheggini sono impazziti e hanno colonizzato il giardino d'inverno, ormai ribattezzato d'inferno. Quando mi vedono mi assaltano felici, io un po' meno, perché non mi reggo in piedi e faccio fatica con tutto;
  • il kamikaze lavora da mane a sera no stop;
  • mia madre vorrebbe aiutarmi, ma a parte le iniezioni, mi irrita anche solo sentirla parlare;
  • sono due sere che scoppio in un pianto dirotto perché non ho la forza di fare nulla e mi sento uno schifo. Ieri ho pianto dopo che mi è caduto un piatto col cibo per i gatti. Diciamo che ho un calo dell'umore piuttosto marcato;
  • il kamikaze è un angelo e molto probabilmente non me lo merito e prima o poi sconterò questa grazia con qualche disgrazia che mi è decisamente più affine;
  • domani è il mio compleanno e avrei voluto fare una piccola festicciola, ma a causa dei punti precedenti la vedo dura...
posso sfogarmi un attimo qui e dire un bel "Vaffanculo!!!" a tutto? Poi domani mi passa, giuro.

Aggiornamento delle 22.22

  • La diletta allieva mi ha telefonato a mezzodì per implorare una lezione urgente sulle figure retoriche per la verifica di italiano che, guarda un po' la novità, sarà domani e lei ovviamente non ha studiato. L'ho fatta venire, anche perché, miracolo! sembra che le iniezioni facciano effetto e la gamba non urli come prima. Dio benedica il Dr. Tippete e l'omeopatia! Prima di andar via, con la grazia di un elefante ha urtato il tavolino di ferro battuto, mandando in mille pezzi il vetro della base... Quando è uscita ho sbattuto la testa vicino al muro alla vista della sala invasa da pezzi di vetro.
  • In serata mi son detta che la sfiga deve finire, così mi son messa seduta con tutto l'occorrente e ho preparato la torta per il compleanno: base della red velvet, farcia con crema ganache e, se domani non crepo, decoro con pasta di zucchero e crema al burro e cioccolato bianco. Alla faccia delle sfighe, del malumore e della salute di merda!
  • A proposito, a Scheggia è venuta la dissenteria.

lunedì 18 febbraio 2013

PRIMAAAAAAAAA

George Frederick Watts, Sir Galahad. Oil on canvas. 1862. Fogg Art Museum, Harvard University, Cambridge, Massachussetts, United States

Perché gli eroi son tutti giovani e belli*...

BUON COMPLEANNO, Swann!



Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l'immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli...

Conosco invece l'epoca dei fatti, qual era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch'esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti...

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite..

Ma un'altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali"
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l'aria
la fiaccola dell'anarchia,
la fiaccola dell'anarchia,
la fiaccola dell'anarchia...

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori,
pensava un treno pieno di signori...

Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore...

E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d' acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno...

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura...

Correva l'altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
"notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno..."

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
"Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!
Trionfi la giustizia proletaria!"

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l'immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice...

La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta...
con l'ultimo suo grido d'animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava...

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia!

Francesco Guccini, La locomotiva

mercoledì 2 novembre 2011

Parlerò tutte le lingue della vita

George Frederick Watts, Orpheus and Eurydice. Oil on canvas. c1869-c1872.Fogg Art Museum. Harvard University, Cambridge, Massachussetts, United States

È impossibile, e la mia più intima vita si ribella, se penso che noi ci perdiamo. Per millenni andrò errando di stella in stella, assumerò tutte le forme, parlerò tutte le lingue della vita per incontrarti ancora una sola volta. E tuttavia penso che coloro che si assomigliano non tardano a ritrovarsi.

Friedrich Hölderlin, Iperione

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venerdì 9 settembre 2011

Voglia di volare

George Frederick Watts, Paolo e Francesca. Oil on panel. Private collection.


"Illudersi, naufragare in un sorriso e morire, ubriacarsi d'una speranza e ignorare il mondo, questo è volare".

Raffaello Mastrolonardo, Lettera a Léontine


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domenica 4 settembre 2011

Malinconia



George Frederick Watts, Choosing. Oil on canvas. Private collection.

Accarezzo la notte con uno sguardo d'ombra
attraversando il silenzio che ci separa
la distanza del tempo 
la solitudine dello spazio.

Riannodo i raggi di questa luna nuova 
alle note d'un canto dimenticato
alla poesia dell'attesa
alle parole che non so dirti.

Raccolgo stelle bambine per fartene dono 
perché in un sorriso lontano 
tu senta che ti sono accanto 
senza promesse
senza difese
solo con una carezza di luce sul cuore.


Questa sera mi manchi, Piccolo Principe...

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venerdì 2 settembre 2011

Pensando a te

George Frederick Watts, Endymion. Oil on canvas. c1872. Public collection.

"[...] e non faccio che sognare, ogni giorno, che alla fine, chissà quando, incontrerò qualcuno. Ah, se sapeste quante volte sono stato innamorato in questo modo!..."
"Ma come, dunque, di chi?"
"Ma di nessuno, di un ideale, di colei che mi appare in sogno. [...]"

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche

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mercoledì 6 luglio 2011

Ti ho visto

George Frederick Watts, Love and Death. Oil on canvas. c. 1885-7. Private collection.

Ti ho visto, nel corso degli anni, camminare leggera in mezzo al silenzio e il mio sguardo di bimba osservava le foto e le scritte al tuo passaggio, mentre mia mamma preparava mazzetti di fiori senza sorriso.
Mi affacciavo dal buio di quel posto enorme a dare uno sguardo sul prato, dietro una grata arrugginita, e percepivo un senso di quiete misto al colore dell'erba. Leggevo le dediche e le storie sepolte dietro volti in bianco e nero e foglie appassite. Senza sgomento, come parte del tempo che ciascuno vive.
Ti ho visto abbracciare chi amavo, lasciandomi lo stupore dell'assenza, la percezione di saperti accanto, vestita d'impalpabile oblio. Ti ho visto negli occhi di un ragazzino, in un letto troppo grande, in sguardi smarriti.
Ti ho visto una sera di giugno ritornando a piedi, in un letto disfatto, lasciato a metà.
Ti ho visto sfiorare il destino, attraversare la via, accompagnare il cammino.
Ti ho visto rubargli la fiducia nel futuro, l'amore di sua madre, la speranza di poter essere ancora felice. Per questo ti sfida, gioca con le tue carte, non teme per sé... eppure continua a temere che tu lo colpisca lì dove vorrebbe convincersi di non provare nulla. Eppure teme. Per me. Perché non riesce a farne a meno.
Ti ho visto sul finire di agosto, dopo i giorni d'Africa, in un pomeriggio di vento. E mi guardavi. La tua mano a stringermi il petto, accarezzarmi il respiro, avvicinarsi a me. E ti ho guardato dritta negli occhi e non ho avuto paura. E' stato come se in fondo ti conoscessi da tanto. Mi hai sorriso, dal buio mi hai sorriso, prima di voltarti e andar via.
Da allora so che non mi fai paura, perché ciò che temo davvero è il dolore e che tu chiuda i suoi occhi.